Date: domenica, 20 settembre 2009
Time: 17:08
In: fan fiction

Fan fiction the Joker/Harley Quinn.







Asfixiated



L'orologio sulla parete ticchettava fastidiosamente. Era l'unico rumore che non cessasse mai, nemmeno di notte, in quel non-luogo immerso nel silenzio. Una sagoma nel buio premette i palmi delle mani l'uno contro l'altro. Quella monotonia lo innervosiva. Nella sua cella ogni cosa era del tutto impersonale, come se le fosse stato sottratto ogni colore. “Potrei impazzire,” sospirò. “Potrei davvero impazzire”.



Quando lo vide per la prima volta provò un forte senso di repulsione, come se quell'ammasso di capelli incolti e quell'uniforme lisa potessero degradare la pulizia e la compostezza del suo tailleur grigio. In cuor suo lo classificò come una creatura insignificante, il tipico freak omicida da manicomio criminale; avvertì una decisa compassione per il cerone bianco che egli si ostinava ad applicare scompostamente sul viso, il color verde acido dei suoi capelli: i tratti di un disadattato che per poter vivere ai margini della società aveva deciso di occultare la propria identità. Si soffermò a lungo su quel volto truccato; pensò che potesse trattarsi di un represso, forse segretamente a disagio nel suo corpo maschile.

“Bene, signore,” furono le prime parole che gli rivolse, accavallando le gambe e scoprendo i denti in un sorriso di generosa cortesia. “Come andiamo quest'oggi?”

L'uomo sulle prime non rispose. Teneva il mento posato sulle dita intrecciate, e fissava un punto impreciso sul pavimento. Con esagerata lentezza alzò gli occhi. “Si crede un'infermiera d'ospedale?” domandò in tono mellifluo, come guardandole attraverso.

“In realtà, sono una psichiatra” rispose ella amichevolmente ,“mi chiamo Harleen Quinzel”.

“Mai sentita nominare”.

“Non mi sorprende, non godo di grande notorietà,” ribatté la signorina Quinzel, scostando con gesto elegante un ciuffo di capelli biondi dal viso e ridendo senza sentimento.

“Suvvia, dev'essere brava. Rampante. Al culmine di una carriera fulminante, a giudicare...” lo sguardo dell'uomo la soppesò rapidamente, “...dalla sua età. Altrimenti non sarebbe qui, dico bene? Intende farsi un nome abbracciando il mio caso?”

“Può darsi,” rispose con sempre più stentata accondiscendenza la dottoressa, esibendo un sorriso molto ampio e intenzionalmente sgradevole. Nel frattempo, sospinse gli occhiali a cavallo sul naso ed estrasse dalla sua cartellina un taccuino sul quale prese a picchiettare insistentemente con una biro blu. Un istante dopo azionò con un gesto della mano un piccolo registratore.

“E' una buona scelta, per una giovane donna come lei. Rischiosa, ma lei deve avere già rischiato modo in passato. Non dico che quello di cavar fuori qualcosa da uno come me non sia un tentativo comune alla sua categoria, ma credo lei sia la prima ad ammettere le sue mire con tanto candore. Vuole distinguersi da quelli che l'hanno preceduta, evidentemente. Ingenuità o metodo?”

“Vorrei evitare di litigare, signor...”

“Non sono un signore e non amo esser chiamato in questo modo. Eviti di farlo, se non vuole mettermi in una cattiva disposizione d'animo”.

La biro della dottoressa Quinzel prese a scorrere febbrilmente sulla prima pagina del suo taccuino ben ordinato.

“Cosa sta scrivendo?”

“Le mie prime impressioni. E' il mio modo di lavorare,” concluse ella gentilmente, sforzandosi di trattenersi dal chiamare il paziente in qualunque modo la sua affettata freddezza le suggerisse.

“Posso darle un suggerimento?”

“Faccia pure!” la dottoressa sorrise nuovamente, affatto divertita.

“Eviti di dire che sono scorbutico. Mi si stringe il cuore quando una sciocchezza del genere risulta da una cartella clinica”.

“Niente del genere,” lo rassicurò la Quinzel.

“La sto annoiando, dottoressa. Lo sento dalla sua voce. E' troppo presto per essere annoiata, se ne rende conto? Ha ancora troppe cose da capire, non può esser già ossessionata dal pensiero di tornarsene a casa e immergersi in una bella vasca di saponata ad ascoltare i messaggi registrati sulla sua segreteria telefonica... sì: inviti a cena, i cinguettii delle amiche, impegni che finiranno per stravolgerle anche la giornata di domani... quando lei varca questa soglia,” l'uomo additò la porta della sua cella, “il mondo esterno deve restarne fuori. E' chiaro?”

La dottoressa evitò di rispondere. In fondo non era la prima volta che uno di questi soggetti tentava un approccio basato sulla simpatia. Ruotò lievemente sulla sedia per potere avere una visione migliore del suo paziente. Fu colpita dalla sua statura e dall'ampiezza delle sue spalle; malgrado il trucco ridicolo, possedeva un corpo minaccioso.

“Deve scusarmi,” rispose, in modo quasi meccanico. “Ho avuto una giornata piuttosto stancante”. Non intendeva dare il minimo segno di coinvolgimento. Aveva imparato a non tentare d'immedesimarsi nel prossimo e il suo carattere spontaneamente distaccato le agevolava il compito.

“Stancante? Non mi faccia ridere. Una donna come lei, una donna ambiziosa, costretta ad affermare il proprio talento in uno scontro di inaudita ferocia con l'egemonia maschile, non può permettersi di tradire stanchezza o disinteresse nei confronti del miglior caso che le sia mai stato affidato. Dov'è finita la sua professionalità?”

Non si udì alcuna replica a queste parole; la biro blu riprese a scorrere, producendo un monotono rumorio.

“Ricominci daccapo e veda di non sbagliare,” mormorò il paziente.

“Naturalmente, come preferisce,” la dottoressa riprese nei suoi toni melodiosi da spot pubblicitario, “le dispiacerebbe raccontarmi di lei?”

“E che cosa dovrei raccontarle? Ho già detto tutto agli altri. Ma visti i suoi lodevoli sforzi, voglio aggiungere qualcosa; sono certo che le basterà a conoscermi. Vede, io ho scelto di condurre una vita che potesse concedermi ogni libertà possibile... finendo per diventare io stesso la libertà”.

“Il soprannome che si è scelto, che significato ha?”

“Il Joker? Il Joker è un giullare. Perciò allieta la corte; o almeno così sembrerebbe... invece è al di sopra del re, è il padrone del mondo. Ridere di qualcosa, significa ridurla in macerie. Mi definisco un sorridente distruttore. Rido del mondo mentre questo va in frantumi, senza che il suo crollo sia necessariamente una causa o una conseguenza dell'eco della mia risata...”

“Perché si trucca? Cosa la spinge a farlo?”

Le labbra del Joker s'incresparono per la prima volta in una smorfia simile a un sorriso. Rivolse alla psichiatra un'occhiata obliqua. “Cosa vorrebbe che le rispondessi? Che sono ancora in contatto con il mio io femminile? Lo yin, lo yang e altre idiozie trascendentali?”

La risata della dottoressa stavolta suonò vagamente isterica e imbarazzata. “Non sia sciocco...”

“Se anche volessi sembrare una donna invece che un clown, è davvero convinta che lo direi a lei? Sarebbe troppo facile, piccola Harleen, e lei ha ancora molta strada davanti a sé. Non abbia troppa fiducia nei suoi metodi, se i suoi metodi sono questi. Le piacerebbe che le confessassi le mie pulsioni, non è vero? Si è divertita a leggere Freud?”

“E' stato semplicemente parte della mia formazione di base”. Harleen Quinzel sciolse i capelli e scosse graziosamente il capo per lasciarli respirare. Intrattenere un colloquio del genere con un deviato tanto irritante le aveva procurato una lieve emicrania.

“A tal proposito,” l'uomo prese a osservarle le ginocchia con spiacevole insistenza, “lei non dovrebbe vestire di grigio”.

“Non le piace il colore? Le ricorda qualcosa?”

“Non la esalta. Invece lei è molto avvenente... ma forse è questo l'effetto che desiderava, non è così? Ne ha abbastanza di uomini sudati e ansimanti che le ronzano attorno, gonfi nei loro doppiopetti... le avances che ha dovuto respingere le hanno sottratto tempo e credibilità, le hanno dato intralcio, anche se avrebbe potuto dare una più rapida scalata al potere e alla notorietà se avesse accettato più amplessi sotto le scrivanie di disgustosi signori irsuti di mezza età... lei ama scegliere, non essere scelta, le sembra che la sua gioventù le sia scivolata di mano tutto d'un tratto, ammesso che ne abbia mai avuta una; è consapevole di attrarre, ma teme di non poter essere più attratta da qualcuno a sua volta, qualcuno che non sia la sua immagine di libera professionista di successo vista allo specchio... perché sacrificarsi in questo modo? Perché sopprimere il suo carattere selvatico con la formalità, Harleen? Non sarà libera dopo che avrà ottenuto ciò che vuole”.

“Ho l'impressione,” la psichiatra gli rivolse l'espressione di compatimento che avrebbe assunto di fronte a un bambino impertinente, “che lei stia cercando di rubarmi il mestiere”.

“Si rassegni, dottoressa... gli uomini non la capiranno mai. Non sono abituati alle donne intelligenti e dominatrici, e lei è entrambe le cose. La avvicineranno ma rimarranno sempre atterriti dalla sua personalità. Perché lei, in un certo senso, è un mostro. Un'anomalia”.

“E' così che considera se stesso? Un anormale?”

“Io lo sono per necessità, lei lo è per natura. Al nostro prossimo incontro la voglio vedere vestita di rosso, altrimenti mi rifiuterò di parlare con lei. Il suo tempo è finito, dia un'occhiata all'orologio lassù”. L'uomo voltò la schiena. Per una serie di lunghi istanti, si udì solo l'estenuante ticchettio delle lancette.



Un profumo penetrante la avvolgeva. La dottoressa Quinzel tirò il fiato e immerse la testa in acqua per qualche secondo. Amava i bagni caldi. Aveva l'abitudine di trattenere il respiro il più a lungo possibile. L'istante in cui tornava alla luce, sentiva più forte la consapevolezza di essere viva. Tornò con la mente agli impegni della serata. Un istante dopo, trasse un profondo sospiro.



“Ha ceduto, alla fine”.

“E' un completo nuovo,” ammise la donna, scostando qualche ciocca bionda sparsa sulle spalle della sua giacca color porpora. “Perciò, come vede, non ho affatto badato al suo piccolo ricatto”. Strizzò un occhio mentre andava a sedersi sulla sua poltroncina, accavallando le gambe con gesto ozioso. Sistemò i capelli con la mano destra; un vezzo spontaneo, visto quanto teneva a essere a posto in ogni circostanza.

“Ha almeno un paio di centimetri di tacco in più del solito, dottoressa,” aggiunse il Joker, con una fugace occhiata alle scarpe della donna.

“E lei ha buon occhio. Sono nuove anche queste... come le trova?” protese appena una gamba e flesse la caviglia, sentendosi piuttosto sciocca. Sperava che mostrandosi più disponibile avrebbe potuto smussare l'aspro carattere dell'uomo, che con l'andar del tempo si era rivelato più inusuale e interessante di quanto le sue banali considerazioni iniziali non avessero previsto.

“Vuole sapere come trovo le sue scarpe, Harleen, o come trovo lei?”

“Oh, se le va, entrambe le cose!” rise nel suo modo vuoto la dottoressa Quinzel, estraendo il suo taccuino e una biro nuova fiammante dal taschino.

“Perché non si avvicina?”

La psichiatra alzò gli occhi e non rispose. L'uomo stavolta giaceva disteso su un divanetto che riusciva a contenerlo a malapena e la osservava di sbieco; le sue dita giacevano intrecciate sul ventre. Harleen Quinzel ne percorse il profilo con lo sguardo. Aveva un mento affilato e ben pronunciato, un naso leggermente aquilino e la fronte corrugata. I capelli erano, come di consueto, accuratamente scomposti, ma le scarpe tirate a lucido. Come se quell'infelice cercasse, in un soprassalto di dignità, di sembrare elegante persino all'inferno. Per la prima volta, oltre che grottesco lo trovò affascinante. Sembrava il frutto di un'equazione sbagliata, di un calcolo errato, di una previsione scorretta. Era una macchia di colore su un bianco asettico. L'unico a essere sfuggito ai magli di una società opprimente.

“Ha paura?” domandò il Joker, ruotando la testa per vederla meglio. “Temo di non avere armi con me. Se dovessi provare a strozzarla, può sempre gridare”.

“In effetti non ne ho,” rispose sinceramente la psichiatra. Pensò che fosse opportuno raccogliere la sfida, o forse ebbe semplicemente un moto di orgoglio, fatto sta che mosse qualche passo in direzione del suo paziente. Provò un certo imbarazzo nell'avvertire il suo sguardo addosso; era come se la stesse toccando, per la maniera sgradevole che aveva di soffermarsi sulle sue gambe, sul collo, sui capelli, sui lievi sussulti del piccolo seno.

“E perché non ne ha?”

“Voglio essere sincera con lei, sperando che lei voglia esserlo con me,” i tacchi produssero un altro secco e sottile rumore picchiando contro il pavimento, “ho esaminato i miei appunti dei giorni precedenti, ascoltato le registrazioni numerose volte. I casi che ho curato in passato non avevano niente a che fare col suo modo di comportarsi. Ecco, lei... sembrerebbe quasi non avere alcun disturbo. L'originalità di certe sue affermazioni potrebbe tutt'al più far pensare a una vena artistica... dopotutto lei non è incolto. A volte ho l'impressione di sentir parlare una persona perfettamente lucida. Allora perché queste stravaganze? Perché uccide?”

“Io non uccido, è le gente a farsi male da sé...”

Le spalle della psichiatra furono scosse da una breve risata, trattenuta a stento.

“E' la prima volta che la vedo ridere, Harleen. Ridere davvero, intendo. E' sicura di voler sapere come la trovo oggi?”

Erano ormai a breve distanza. La donna si ritrovò ad ammirarne la figura snella e possente, e per la prima volta riuscì a fissarlo negli occhi a lungo. Quelle iridi scure tradivano una certa sofferenza.

Le parole del Joker si ridussero a un mormorio soffocato mentre di metteva a sedere, con ieratica flemma: “voglio confessarti una cosa, piccola Harleen. Ho fatto un sogno su di te, la scorsa notte. Avevi i capelli liberi da quel legaccio insopportabile, come adesso. Eri vestita di rosso, come adesso. Eri terribilmente provocante, come adesso”.

La dottoressa Quinzel avvertì un intenso calore all'inguine. Istintivamente, tolse gli occhiali e li depose al bordo del divano. Poi si chinò, avvertendo improvvisamente la decisa pressione delle dita dell'uomo sulla schiena. Serrò le palpebre ma non dischiuse le labbra, lasciò che fosse lui a violarle in uno spasimo per poi morderle, quasi a rimproverarle una disubbidienza.

“Agrodolce piccola Harleen,” ripeté egli, in un sussurro, discostandosi. “Nei miei sogni tu eri mia, ma non eri affatto bella come sei adesso. Non avevi questo odore, non eri umida né calda”. Affondò le dita di una mano nei suoi capelli, afferrandole una spalla con l'altra. “Avrei voluto prenderti con violenza e poi sgozzarti. Eri scostante. Non volevi concedermi la tua passione segreta. Dove la nascondi?”

Stavolta fu lei a protendersi, a offrirsi a lui. Avvertì presto le sue mani premerle con forza contro tutto il corpo e diede un gemito impercettibile. Le lancette dell'orologio compirono un altro scatto in avanti. La dottoressa spiegò le calze di seta mentre sospingeva lontano, con la punta dei piedi, i suoi tacchi. Pensò che non avessero più importanza.


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You're my reason to live

Date: sabato, 22 agosto 2009
Time: 19:11
In: sciocchezze, amoroso delirio

All'amore mio con tanti auguri. :*

Amoroso delirio, parte settima... quanto scritto sotto potrebbe inquietare seriamente gli animi, perciò occhio.



I like your booty, but I'm not gay, not gay

I like your booty, but I'm not gay

I like your booty, but I'm not gay (gay booty)


(Insanoflex)



Con passo felpato passeggio di fronte a questa grigia stanza d'ospedale. Il mio amore al suo interno strilla come un maiale scannato. E' il momento del parto, e anche se non l'ho ancora perdonato non posso abbandonare chi mi mise le corna proprio nel momento dello scodellamento.

"Congratulazioni, signor..." lo sguardo dell'infermiere bonazzo che è appena emerso dalla camera scivola sulle mie curve da urlo, "...travestito, suo figlio è un maschio e sta benissimo".

Dopo aver steso il bonazzo con un calcio volante, sfondo la porta della camera a manate e m'introduco silenziosamente all'interno di essa. Mikami è disteso su un grazioso lettino a forma di cuore con le trine e tiene in braccio il frutto dei miei lombi. O meglio, dei lombi collettivi. Sul suo volto è comparso un sorriso materno e soddisfatto. Noto che ha ancora tutti i capelli perfettamente a posto e gli occhiali dritti sul naso.

"Perché io valgo," mi sussurra, anticipando la mia domanda, sorridendomi e porgendomi a due mani il fantolino. Lo sollevo e lo esamino, sperando di riconoscervi qualcosa di mio.

Improvvisamente mi sento dilaniare dentro dalla commozione. Il bimbo ha un caschetto biondo, gli occhiali neri, giacca e cravatta e pantaloni in pelle con le borchie. Decido persino di rinunciare ad effettuare il test di paternità.

"E' bellissimo," piango, strattonando la cravatta di mio figlio.

"Tutto suo padre," risponde dolcemente il mio piccolo assassino seriale. Sto per baciargli le labbra umide e tumide quando fa il suo ingresso un uomo con un paio di ciglia finte, un corsetto in lattice, un tanga rosa pitonato e un paio di stivali al ginocchio in pelle nera coi tacchi a spillo.

"Teeesooooro, ma allora questo è il tuo bambiiiinooo!" strilla il nuovo venuto con voce familiare, sbaciucchiando il neonato e ricoprendolo di rossetto fucsia glitterato.

"Roger," replico, sgomento, "che ci fai in quest'ospedale?"

"Ho saputo che eri cornuto," mi risponde, sventolandomi davanti una copia di 'Donna Moderna', "e sono morto dalla curiosità di vedere baby adulterio! Devo dire che anche se non è tuo, ti somiglia molto..."

La schiera di donnine allegre e di omini gai che lo segue muovendosi al ritmo di 'Gimme more' lancia una serie di risolini acuti. Lungo la spina dorsale mi sale un'incazzatura che ha dell'incredibile.

"Come mi hai chiamato?" ringhio, mentre la mia dolce metà invano tenta di trattenermi.

"Cornuto, caro! Ci o erre enne u ti..." la 'o' viene inghiottita da uno dei miei migliori montanti, mentre il travestito del mio cuore fa un volo di venti metri fuori dalla finestra della stranza, andando a finire in un cassonetto della spazzatura. La sua nutrita schiera di alunni scappa strillando giù per le scale a dargli conforto.

"Venti punti, amore," sussurra Teru con voce da gattone.

"Facciamo cinquanta," replico, sentendomi un po' un cervo a primavera.

"Posso farmi perdonare, sai, caro," prosegue, roteando le chiappe in senso antiorario, in quella maniera eccitante che solo lui sa attuare.

"Cioé... qui? Ora? E se passa qualcuno?"

"E a te che importa?"

"Ma... c'è nostro figlio neonato!"

"E allora? Lo vedi? E' precocissimo, già cammina. Sta anche leggendo un giornaletto..."

"Ma quello è il Death Note," protesto, mentre l'uoma della mia vita mi caccia in una mano il baby oil e nell'altra una paperella di gomma.

"Ho saputo che ti piacevano," mormora, battendo le provocanti e sensuose ciglia nere.

"Oh, tesoro mio," singhiozzo, commosso da questo dolce pensiero, sfilando con uno squeeeeeeeeeeeeeaaaaaaak e con estrema lentezza i miei pantaloni in lattice. Teru nel frattempo mi diletta con una danza sensuale: YMCA.

"Ho chiamato anche Matt," aggiunge, dimenando le chiappe come Beyoncé, "così se ti va possiamo fare una threesome".

Mentre consumiamo, la nostra prole estrae un paio di bandierine con le nostre iniziali e fa il tifo. Sento già puzza di triangolo quando odo il familiare rombo di una familiare moto provenire dal parcheggio...


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Down the rabbit hole

Date: domenica, 12 aprile 2009
Time: 20:10
In: scritti, sciocchezze, melodico

Fiaba di Venezia

(breve racconto per immagini semiserio)




ATTENZIONE!
Quanto segue è un racconto new-gen, o con meno scherzi una particolare tipologia di racconto "multimediale". Non soltanto è dotato di un corredo di immagini ornate da balloon a mo' di fotoromanzo, ma anche di una sorta di colonna musicale nella forma di "inviti all'ascolto" di diversi pezzi di varia natura, i collegamenti ai quali si trovano nascosti tra le parole chiave della storia.




A te, anima alata, nel tuo giorno.



C'era una volta una sovrana,che malgrado fosse soprannominata “la Regina di Cuori” - perché di cuori era orlata la sua veste, ed ella aveva inoltre fama di esperta seduttrice - opprimeva il suo popolo con la sconfinata crudeltà di cui era capace. Non vi era supplizio che la regina non avesse inferto ai suoi sudditi quale punizione per ogni sorta di colpe immaginarie; non vi era legge alcuna che non fosse stata riscritta in forma di inno all'iniquità dai malvagi consiglieri di cui la donna amava circondarsi. Non che il suo regno avesse mai conosciuto la felicità, se non durante il breve periodo di reggenza della delicata, cortese Regina Bianca, scomparsa in circostanze misteriose; ma il caos che imperversò durante l'interregnum fu foriero di lotte intestine tanto gravi da far quasi apprezzare ai sudditi l'abominevole condotta della nuova regina, rossa come il sangue che copiosamente versava coi suoi scellerati editti e proclami.






Un giorno particolarmente assolato, la regina passeggiava, com'era sua abitudine, per le malinconiche vie della splendida capitale del regno, non scortata; nessuno difatti avrebbe mai osato anche soltanto affacciarsi a vederla, tanto era il timore che la sua presenza incuteva. La perfida sovrana s'accorse presto di essere seguita a breve distanza da una creatura delle più strane.




Con un riso che esprimeva disprezzo e mal celava il vago timore che provava al cospetto di un ibrido tanto curioso, la regina si arrestò e gli rivolse parole aspre e pungenti.




Egli rispose: “Maestà, non sono che un emissario di un regno e un popolo assai lontani dal vostro; il mio nome è Quill. Ho a lungo viaggiato; splendida è la vostra capitale, e non so esprimervi quale misteriosa emozione m'ispiri l'acqua di mare in cui, unica al mondo, essa s'immerge; sentimenti come di nostalgia. Le reco questo messaggio...”



La regina volle indagare la natura di una simile celebrazione. “Si tratta della cerimonia d'insediamento del nuovo sovrano della mia gente; egli è grande e magnanimo e desidera che ogni re e regina che le nostre ali possano raggiungere sia presente. Ha udito parlare della Vostra grandezza e desidera ardentemente gloriarsi della Vostra presenza”.





“Salitemi in spalla, Maestà,” la invitò dolcemente l'uomo alato di nome Quill. La Regina strabuzzò gli occhi. “Vorrai scherzare!” esclamò, disgustata. “Mi tocca insozzarmi facendomi trasportare da un ambasciatore?”

“Non c'è altra via, Maestà, e non sapete quando me ne dolga: il vostro regno è circondato dalle acque e il mio talmente irto e scosceso da risultare inaccessibile in altro modo che questo”.



Benché perplessa, la regina acconsentì a farsi portare in groppa. Il viaggio fu lungo, periglioso e, a dir la verità, assai scomodo; i sobbalzi erano frequenti e Quill fu sovente costretto a volare controvento, con molta fatica. Dapprima i due sorvolarono la distesa delle acque circostanti la terra della malvagia Regina di Cuori; a questo punto, a quest'ultima parve di udire come un sospiro.

“Sei già stanco, uomo alato?” sbuffò la donna, sentendosi subito contrariata dall'aver mostrato interesse per lo stato d'animo di una creatura di quel genere.

“Perdonatemi, Maestà; non sono affatto stanco, ma questo luogo... è di una bellezza struggente, che desta nel mio animo una decisa quanto sublime malinconia. Voi crederete che io sia folle, ma mi è quasi parso... mi è quasi parso di far ritorno a un posto familiare e da lungo tempo abbandonato. Ma è meglio risparmiare il fiato per volare, e non sprecarlo per simili sciocchezze!”

Non parlarono più. Sorvolarono monti, splendide valli e infine raggiunsero un'isola sormontata da un'altissima montagna, che Quill sorvolò agilmente. Una brezza dolcissima li avvolgeva.




Camminarono a lungo, inerpicandosi per vie tortuose, fino a che non giunsero presso una sorta di immensa piazza.






La regina si sentì incredibilmente e inesplicabilmente confusa. “Questa frase,” mormorò, “l'ho già sentita. Dove?”


“In un'altra storia,” rispose l'uomo alato, con un ghigno che andava sempre più allargandosi a mostrare l'intera sua dentatura.

La donna sorrise a sua volta, ma senza la sua abituale perfidia. "E trarrotti di qui per loco etterno," chiosò, senza aggiungere altro.

Cadde il silenzio*.





* Questa, ovviamente, è dedicata a te.



I'm grateful for all of the times you opened my eyes.




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Dicono che le muse sono nove; ne hanno dimenticata una...

Date: mercoledì, 04 febbraio 2009
Time: 21:55
In: poesie, scritti

La mia Musa è incerta, spasima, sussulta.
Occhieggia dalle crepe nei muriccioli e soffia
nel vento di ponente, mi schernisce
ridendo. Tremo al vederla bianca e sensuale,
ma se tendo le braccia "sta!" mi dice.
La mia Musa disdegna vette e piane,
non va a piedi né a cavallo, non si libra
né calca il suolo. Ronza, s'agita, non posa,
ma con strilli acuti scandisce il giorno. La mia Musa
talvolta ha il mio sembiante; se parla,
ascolto la mia voce come da un Aldilà.


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Still remembering

Date: martedì, 09 dicembre 2008
Time: 23:32
In: scritti, fan fiction

Fan fiction su Lupin di Harry Potter.

Se la memoria non m'inganna

Un resoconto




Gli spettri

Prima che cominciassi a frequentare Hogwarts, non parlai mai ad uno spettro; ne vidi a stento uno - una prozia, forse - scivolare lungo un corridoio nella casa della mia infanzia. La donna, che sembrava fatta di nebbia, mi voltava le spalle; credei d'udire i fruscii delle sottovesti al suo passaggio, invece l'unico suono che realmente produsse fu un breve, sconsolato sospiro. Un gelo inspiegabile mi immobilizzò; e sì che avrei voluto raggiungerla, poter ammirare il viso che i riccioli nascondevano pudicamente, magari ravvisarvi una somiglianza con me, con i miei familiari ancora in vita. Non feci nulla, invece: rimasi lì, come ad attestare il suo passaggio, credendo di sognare.

Non avrei avuto timore a parlare a un fantasma, ne ero certo; dopo l'orribile notte in cui sarei dovuto morire, non conoscevo più il timore. Desideravo fare conoscenza con una creatura di quella specie; mi muovevano un'infantile curiosità e assieme una morbosa attrazione per la maniera innaturale in cui quelle povere anime rimanevano legate al suolo da una gravità misteriosa. Quali le sensazioni che un fantasma era capace di provare? Quali i pensieri, i crucci, i vani rimpianti?

A scuola conobbi i primi spettri; avvicinarli non era complicato ed essi – lo appresi presto - chiacchieravano a lungo e volentieri. La loro maniera di presentarsi era quasi sempre una dettagliata descrizione, spesso rimata o in forma di poemetto,della loro morte. Ve n'erano di decapitati (anche a mezzo!), di annegati, di morti ammazzati, di morti per sbaglio, di suicidi, ciascuno con la propria peculiare e, nel più dei casi, triviale storiella da raccontare. Eccone una che ricordo con discreta precisione:

“Un tempo lontano

tenevo un cavallo

che mai, fatto strano,

mise piede in fallo;



un nume maligno

lo volle piagare,

e con un sogghigno

mi fe' cavalcare



per farmi cascare

di sella testé

e infine spirare…

perché tutte a me?”

Ascoltavo e ridevo senza saziarmi. Indagavo gli stati d'animo di questi allegri ectoplasmi; difatti di rado se ne incontrava uno che non ostentasse un'allegria raccogliticcia, o che non fosse roso dal desiderio di cantare qualche polverosa ballata d'altri tempi. Probabilmente appresi più da quegli ometti in gorgiera e gambaletti, da quelle signore dalle lunghe vesti sontuose e dalle acconciature elaborate che non da tutte assieme le mie lezioni di Storia della Magia – anch'esse tenute da un fantasma, giustamente, le cui dissertazioni avevano purtroppo un andamento tedioso e moraleggiante.

Un giorno incontrai uno spirito di fanciulla che non rammentavo d'aver mai visto prima d'allora. Percorrevo una rampa di scale stringendo un paio di vecchi libri tra le braccia, col pensiero altrove; ella mi urtò, per così dire, causandomi brividi d’inaudita violenza, per esprimermi il suo rammarico un istante dopo. Era abbigliata con semplicità, osservai, forse una servetta. Era sempre distratta, mi disse. Si presentò con un garbo e una cortesia che mi colpirono, modi del tutto estranei a quelli cui ero uso e in qualche modo remoti, da vecchio romanzo. La mia mente la dipinse seduta presso una vetrata gotica, a lamentare l'assenza del suo cavaliere con frequenti sospiri.

“E a voi cos'è accaduto?”, domandai, sperando di non risultare troppo brusco e pur rendendomi conto di esserlo.

“A me?” rispose, sorpresa, e diede una breve, amara risatina. “Mi spezzarono il cuore. E a voi, cos'è accaduto?”

Non riuscii a darle risposta; la osservai fluttuare via, interdetto. Mi guardai attorno; gli sguardi degli altri studenti sembravano attraversarmi. D'allora innanzi mi fu chiaro il mio legame sotterraneo con gli spettri, la mia facilità a penetrare nel mondo dell’inconsistenza e del silenzio: esso era anche il mio.



Il corpo

Non sentivo mai la necessità di controllare il calendario lunare; dal mio corpo sapevo quando sarebbe giunta la fatidica notte persino con settimane d’anticipo. Detestavo i dolori, le convulsioni, le febbri, i sudori che mi vessavano attorno a quel periodo, ma a ripensarci oggi ammetto che nulla mi mise più a contatto col corpo che questa silenziosa, straziante complicità. Impallidivo, ero acciaccato, lo sguardo mi si annebbiava; la sera, nei miei rari momenti d’intimità, riuscivo a scorgere nuovi capelli bianchi sul mio capo. Qualcuno dei miei compagni dovette temere di trovarsi in stanza con un morituro in stato irreversibile.

Conosciamo poco il corpo che abitiamo, e tendiamo a rinnegarlo senza accorgercene. Non saprei dire di preciso quando smisi di odiare il mio corpo e il male che lo corrodeva; il pensiero corre immancabilmente a quando, a casa per le feste, scivolavo fuori dai miei abiti e mi osservavo da capo a piedi riflesso in uno specchio. Dapprima contavo le cicatrici, era questo per me una sorta di rituale che andava immancabilmente consumato. Una sul collo; due sulle spalle; diversi piccoli graffi sul petto; i residui di una profonda ferita sull’inguine; e così via, finché non arrivavo ad enumerarle tutte o a registrarne di nuove.

Ricordo che un giorno mi rimirai - sempre di fronte a quello specchio dalla cornice di pessimo gusto - e non mi dispiacqui. C’era una certa eleganza nella linea del collo; le spalle non erano né brutalmente squadrate né mollemente spioventi, ma solide e arrotondate; ammirai la piccola cavità tra le clavicole, la curva asciutta dei fianchi, le gambe tese su ginocchia di un’insospettabile fragilità. Prima d’allora certo non avrei mai immaginato che il mio corpo potesse recare piacere ad alcuno; per me non era altro che un’insopportabile escrescenza, alla vista della quale provavo un deciso senso di ripugnanza. Quella sera, durante il bagno, mi carezzai le braccia con timorosa gentilezza; avevo scoperto l’indulgenza verso me stesso.

Forse fu quest’episodio a donarmi coraggio; rammento con esattezza il mio primo dialogo con una ragazza, ed avvenne poco più tardi. Mi attardavo in biblioteca, scorrendo gli occhi oziosamente sulle pagine di un libro che emanava un intenso odore di stantio. Lei si sedette di fronte a me e depose sul tavolo – con che garbo! – un tomo che riconobbi immediatamente.

“Brayshaw,” dissi, senza pensare.

“Già,” ribatté ella con una naturalezza invidiabile, scoprendo i denti in un sorriso lieto e impacciato assieme. “Ti piace?”

“Conosco bene quella raccolta. La chiedo in prestito, di tanto in tanto”.

“Anch’io, molto spesso”.

“Del resto, è poesia…” la banalità della mia risposta mi costrinse a sentirmi ottuso.

“Nella burrasca stringevo la cima, la conosci?” mi chiese affievolendo la voce, come se intendesse raccontarmi un segreto. La sua voce era melodiosa; sentirla in un tono più basso mi riempì di brividi.

Annuii. Le recitai la poesia a memoria. Il suo sorriso si allargò; ardii soffermarmi sui capelli che le incorniciavano graziosamente il viso, sugli occhi scuri, sulle labbra che, quando non sorridevano splendidamente, restavano umide e appena dischiuse. Mi sentii attratto da lei e a disagio, e non riuscii a fare a meno di abbassare lo sguardo quando si complimentò.

“Quando la lessi la prima volta, fu folgorante,” aggiunse.

Sapevo perfettamente cosa intendesse eppure non mi veniva alla mente nessun commento che non fosse di un vuoto virtuosismo retorico. Aveva belle mani, notai; pensai di prenderle tra le mie.

“Credo di aver provato qualcosa di simile…” bofonchiai, in un clamoroso fallimento espressivo.

“Sai, hai dei begli occhi”.

“Come?”

“Sono… hanno qualcosa di… selvatico, non saprei”.

Quest’osservazione che nulla aveva del complimento nutrì la mia vanità e al contempo mi colpì per la sua spontaneità, la sua esattezza derivata da una sensibilità non comune. M’inselvatichivo a guardarla. Come spiegarglielo? Risi.



Gli altri

Amavo ascoltare Sirius - il mio preferito della mia ristretta cerchia di amici - cantare; lo faceva con bella voce di baritono e, malgrado ostentasse una certa modestia, ne aveva davvero le facoltà. James, invece, non riusciva a sopportarlo, lo rimproverava; gli dava della cornacchia, mentre io stavo a rimuginare: com’è possibile che ami lui più di me? Com’è possibile che ami una persona così grossolana, quando io non farei altro che ascoltarlo, senza interromperlo con strilli fastidiosi?

James era divertente, popolare, in qualche modo adorabile. Ma sapeva essere stolido e soverchiatore in una maniera insopportabile, che nella mia mitezza non mi riusciva d’influenzare. Quando maltrattava un arcigno ragazzino di nome Snape – il che avveniva di sovente – non mancavo mai di tenere lo sguardo fisso su quest’ultimo, senza che potessi impedirmi di percepirne la profonda tristezza.

Disapprovavo le idee assurde e pericolose che informavano l’esistenza di quel poveretto, e anche per questo fu una vera stranezza, in un pomeriggio particolarmente caldo e ottundente, vedermi riflesso nei suoi torvi occhi neri e pensare: ecco. Io e lui siamo uguali. Questo sciagurato è come me. Nulla ci divide se non un paio di sciocche convinzioni; in realtà, dovremmo stare fianco a fianco.

Mi pentii immediatamente di tali pensieri e rivolsi in fretta le mie attenzioni a Sirius, che mi distrasse con le sue battute e il suo spirito frizzante e lieve. Lui e James godevano di una complicità dalla quale sarei stato per sempre escluso; lo percepivo quando li vedevo giocare a Quidditch, entrambi dotati, entrambi appassionati, un’unica immagine confusa dalla rapidità con cui si muovevano, finalmente riuniti in una dimensione che apparteneva a loro due soltanto. Le loro partite erano uno spettacolo affascinante, ma non erano capaci di coinvolgermi nel modo viscerale in cui avvincevano loro, liberi davvero solo durante quei voli circoscritti.

Non so se provassi invidia; certo provavo dolore. Poi mi guardavo attorno, tra la folla: visi anonimi. Un groppo mi annodava la gola e le dita mi tremavano le dita. Possibile che bastasse loro gioire dei guizzi di un pallone? Non udivo più alcun boato, il silenzio dell’interiorità calava sulla realtà.

Un bagliore rosso, i capelli della ragazza di cui James era disperatamente innamorato, mi ricordava l’esistenza della carità e dell’altruismo, i discorsi piacevoli che avevo intrattenuto con lei per lenire la solitudine. Le gradinate affollate mi sembravano un corpo senza testa e ne ero nauseato; non volevo essere inghiottito. Allontanarmi non potevo.

Com’era possibile che Sirius amasse più di me un volgare, smilzo teppista con l’unico merito della simpatia? Peter ridacchiava alle mie spalle, quasi potesse sentirmi pensare. Essere secondo negli affetti di una persona che mi aveva conquistato col suo fascino incontenibile mi era insopportabile.

La folla, quel corpo irregolare e informe, si riversava in campo per la fine della partita; avevamo perso. Scendevo pigramente gli scalini, avvertendo il mio peso come superfluo.

Nella mia insensibilità, braccia possenti mi cingevano e un puzzo di sudore mi riscuoteva. “Oh, Moony. Abbiamo perso. Perso!”, e lunghi singhiozzi.

“Non fa niente, Padfoot,” rispondevo, con sorridente indulgenza.



Le Profondità

Le mie prime letture furono fuggevoli, proibite. Romanzetti sottratti a mia madre, saggi dal contenuto per me incomprensibile scivolati di mano a mio padre, qualche libro illustrato, autentici tesori. Mi avvicinarono alla parola e ai suoi portenti.

Non avevo chi mi raccontasse storie, durante l’infanzia. Mio padre provava per me un odio troppo profondo anche solo per chiamarmi per nome, e la mia vista addolorava mia madre a tal punto da impedirle di rivolgermi più di una frase per volta. I libri mi sottrassero all’austerità, alla crudeltà di questo silenzio; mi dimostrarono l’esistenza, nella loro modestia, di un altrove, un altrove immateriale, forse più reale ancora della materialità.

A trascinarmi nella dimensione oscura e agghiacciante degli Abissi furono letture più tarde, condotte nelle sale di lettura della biblioteca della mia scuola, un luogo così antico da sembrarmi un titano di roccia, una divinità. Mancavo del tutto di continuità ma ero vorace, e lambendo con gli occhi ora questo ora quel paragrafo di volumi diversi giungevo a mettere insieme come dei piccoli tasselli di un mosaico di fronte al quale stupivo e inorridivo al contempo.

Forse non ero davvero capace di comprendere, ma i miei occhi erano colpiti come da un pallido baluginio, da un riflesso. E ciò che vedevo riflesso aveva tratti d’indiscussa familiarità.

Era...


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Sono così stordito dal niente che mi circonda...

Date: martedì, 18 novembre 2008
Time: 23:03
In: scritti

Prove generali per un progetto. Vedi "Il Principe Melanconico e la Strega delle Grotte".



Lasciate la mente leggera ad errare

Per colli e per valli, dormire, sognare...



Non gnomi, non elfi, valchirie accigliate,

Signori! Non narro altre storie di fate,



assai preferisco, per puro diletto,

cantarvi del principe da un gran male affetto;



l'animo suo era sì tanto greve,

che lo avviluppavano coltri di neve.



Ma il vasto reame segreti celava

quali non uno pensare più osava...



Le streghe doveano esser state bandite,

eppure del tutto non eran svanite.



Una ve n'era, che un tempo era stata

a palazzo nutrita ed assai vezzeggiata;



disparve in un giorno di fitto mistero

col cielo che già si tingeva di nero.



Il principe non n'ebbe più alcuna memoria;

è qui che comincia la mia breve storia,



con questo fanciullo, chino su un volume,

che leva lo sguardo oltre il libro ed il lume,



che leva lo sguardo oltre la finestrella

di quella che ormai gli pareva una cella,



a scorger degli occhi ed un lieto sorriso

sospeso su un pallido, anomalo viso...


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Just the thought of it is enough to make you sick

Date: mercoledì, 05 novembre 2008
Time: 20:17
In: scritti, mr b and mrs r

Continuano le infernale avventure di Mr B. e Mrs R. ... per i brani precedenti, rimando al tag omonimo. :)





Continuai ad osservarlo attraverso il vetro appannato del bicchiere; aveva lo sguardo fisso in un punto e mi parve che nell'acqua di lago gelato delle iridi si fosse addensata una massa torbida.

“Non è come pensate,” disse, in tono tagliente, “non è come pensate. Gli spararono”.

“E' il modo in cui in genere si termina pietosamente l'agonia di una bestia,” ribattei gentilmente, stupita dall'inutile fervore delle sue ultime sentenze. “Sarebbe stata cosa ben peggiore prolungarla ulteriormente, non credete? Il vostro cavallo è in pace, pensate questo”.

“In pace! Davvero credete che lo sia? Voi non comprendete né siete in grado di comprendere. Quello stallone, quello splendido animale in groppa al quale ero cresciuto, vagando selvaggio per le brughiere, non aveva nulla di guasto; non una zampa rotta, non una giuntura disarticolata. Lo uccisero, Mrs Reynolds: fu un vero e proprio assassinio, efferato per giunta!”

Colsi un tremito nella sua voce pastosa; egli batté diverse volte un pugno sul tavolo con veemenza estrema. Strinsi le dita intorno alla superficie fredda del bicchiere, sentendomi come irretita dalla storia sinistra che le sue parole lasciavano appena intuire. Per un momento lo credetti pazzo.

“E chi mai avrebbe dovuto aver interesse a compiere un tale crimine, e per quale ragione vi siete fatto quest'idea?” domandai, cercando di mostrarmi incuriosita.

“Perché l'ho veduto con questi miei occhi! L'ho veduto! La bestia cadde in una pozza di sangue... ho udito lo sparo! Fu cupo, tonante, lacerante. Stava calando la notte sulla nostra tenuta, il cielo imbruniva, i colli si velavano di un'ombra rosata, il vento agitava lamentosamente il fogliame... il buio protesse me ma non il mio destriero. Fu come tenersi in groppa a un leone, prima di rovinare in terra spezzandomi un braccio, pregando che non mi calpestasse, guardandolo crollare al suolo con un rumore imponente e soffocare, dopo innumerevoli inutili nitriti di disperazione. Affranto dalla mia impotenza, cercavo con lo sguardo quegli occhi neri nelle cui profondità mi ero tanto spesso specchiato, sino a trovarli sbarrati, immobili... per l'eternità”.

Con un singulto Mr Bennett si coprì il viso con entrambe le mani. Mi resi conto di come fosse ripetutamente scosso dai tremiti; mi sbrigai a prendere una coperta in mano e a deporgliela sulle spalle, che presi a massaggiare lievemente. “Vi sentite bene, signore? E' meglio che smettiate di raccontare; sembrate stanco, intirizzito e sconvolto. Terminerete domani, cosa ne dite?”

Egli non mi degnò di alcuna risposta. Invece, si strinse nelle spalle, vinto da un dolore evidentemente troppo grande per essere contenuto. Provai a dipingere con la mente il ragazzino solitario e ramingo che doveva esser stato, innamorato dei profili dei colli e delle valli di Scozia e delle acque di cristallo dei laghi, dimora di creature inquietanti quanto misteriose con le quali doveva aver danzato silenziosamente, un tempo.

Mi diressi in cucina e rimestai tra gli utensili, alla ricerca di un pentolino per scaldare del tè; dopo aver messo l'acqua a bollire richiusi con uno scricchiolio le ante della credenza e tornai alla sala da pranzo. Mr Bennett sembrava essersi accasciato sul tavolo, ormai esausto.

“Animo, Mr Bennett; vi sto preparando un tè. Vorrete dirmi, mi auguro, perché siete tornato a Londra...” mormorai, quasi tra me e me, “magari più tardi”.

Dal momento che non ricevetti risposta, controllai se dormisse; lo trovai sveglio, ma sempre con lo sguardo perso in chissà quali fantasticherie. Feci allora un debole tentativo di riprendere la conversazione:

“Sapete,” dissi, “io ho un vero debole per i gatti. Dovete proprio conoscere Rufus; è un'adorabile bestiola, vi conquisterà. Tuttavia, la mia passione per i felini non era condivisa dai miei poveri genitori... usavano annegare i gattini randagi che amavo portare a casa in una pentola d'acqua”.

“Il mondo non ha cuore,” disse Mr Bennett in tono incolore, “non credete?”

“No davvero... il mondo non ha cuore,” sospirai.


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Eyes unclouded

Date: domenica, 19 ottobre 2008
Time: 14:42
In: scritti

Ed ecco una breve originale, a soggetto letterario/mitologico  (potremmo vederla come una ff sull'Iliade ma insomma, anche no), di evidente ispirazione ChristaWolfiana.

Σίβυλλα τί θέλεις;



(c) Hugo Pratt


Era una sala ampia, ma tutto sommato disadorna; questo dovette pensare il guerriero che ne varcò la soglia. La fanciulla sedeva su uno scranno presso la finestra, il mento posto sulle nocche della mano destra, la fronte corrugata e pensosa. Una lama di luce si disegnava sul pavimento di pietra, facendo chiaro alla vista il pulviscolo dorato sospeso per aria.

“Sono Otrioneo di Cabeso,” esordì il guerriero, piegando uno dei possenti ginocchi, “e vengo a rendervi omaggio”.

Improvvisamente la principessa si riscosse; sollevò il viso, rivelando una mascella ben squadrata e grandi, liquidi occhi scuri cerchiati di nero. Qualche ciocca dei lunghi capelli neri acconciati le ricadeva sugli omeri. Il guerriero fu scosso da un brivido; la sacerdotessa aveva fama d'essere una tra le più belle figlie del re Priamo, ma l'immagine che se n'era andata formando nella sua mente sulla base dei racconti e delle chiacchiere del volgo era lontana dalla verità. Era bella, senza dubbio; ma di una bellezza, se così si può dire, cupa, sinistra.

“Salve,” ella rispose con voce sottile. “In verità venite per domandarmi qualcosa. Mi sbaglio?” Lo guardò dritto negli occhi; un'ombra opaca le velava le pupille.

Otrioneo sentì la sua fiducia venir meno. Premette con forza le gambe avviluppate dai coturni contro il terreno, come a fissarvisi, con l'immobilità severa di una statua; raddrizzò le larghe spalle, cercando d'infondersi coraggio e di alleggerire il peso che sentiva opprimergli il petto. “Quel che sento dire di voi al mio paese, signora, è vero; voi scrutate il futuro e lo riferite senza mai errare. Vengo a chiedervi la mano, e porto in pegno non doni, non oggetti preziosi, non il mirto e la vite, non porpora di Sardi; bensì la promessa che scaccerò l'invasore dal vostro regno”.

“E che dovrei farmene,” disse seccamente ella, “di una promessa che non potrete mantenere?”

“Ho detto che voi non errate mai? Perdonatemi; ho sbagliato. Sono certo, nobile signora, che i greci e i loro vili condottieri abbandoneranno Troia, stremati dalla fatica e dall'ardore di noi mossi da giusta causa".

“Invece io resto certa che Troia brucerà. Volete ancora che entri nel vostro talamo? Potrei vedere in sogno le lunghe fiamme e le mura distrutte. Lo sopportereste? Se gridassi nel sonno, lo sopportereste?”

La donna era più recalcitrante di quanto l'eroe avesse immaginato; così questi decise di ricorrere alla sua ultima risorsa. “Vostro padre ha acconsentito,” disse gravemente, “e voi fareste meglio a conformarvi al suo volere. Questo contegno non vi si addice”.

“Se anche lo facessi,” sbuffò la pia, e l'uomo colse un tremito del suo piccolo seno velato dal peplo, “presto rimarrei vedova; poiché voi morirete presto”.

“Tutti gli uomini debbono morire; ciò che conta sono le azioni che compiono prima di solcare l'Acheronte!”

“Non capite! Io morirò nel bianco fiore della gioventù, ma voi mi precederete di molto. Dovrò percuotermi il petto e strapparmi i capelli per aver assecondato un vostro ottuso desiderio”.

“Perché mi amareggiate con queste parole? Il mio desiderio è sincero e nel mio cuore speravo di poterlo intrecciare al vostro, come edera che s'allaccia ai rami tesi dell'olmo. Non desiderate prender marito?”



La fronte della principessa tornò a corrugarsi; s'incresparono le sue labbra, e gli occhi si ridussero a due dolenti fessure. Otrioneo vide che tornava a volgere lo sguardo al cielo; attese, ma non ottenne risposta.

“Cosa desiderate?”

“Vedere,” ella rispose. “Desidero vedere; e tu comprendi come vedere mi danneggi”.

L'uomo provò una sorta di commozione, la sua rabbia stinse in dolore, il risentimento cedette il posto alla pietà; volle prenderle la mano. Le pallide dita della fanciulla si adagiarono mollemente tra le sue, spesse, scabre e callose.

“Perdonatemi,” singhiozzò, senza comprendere.

“Sarò vostra moglie, se lo volete,” mormorò Cassandra. “Cos'è il nostro volere, in fondo? Cosa?”


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Men with glasses

Date: mercoledì, 15 ottobre 2008
Time: 15:16
In: sciocchezze, pubblicita progresso, al lettore

[Men with glasses]


La Fesserie assortite Inc. has never been soooo proud to preseeeent:




Finalmente (?) un tempio per appassionate (e appassionati, zut!) di uomini occhialuti; una felice commistione tra una fanlisting e un catalogo, atto a raccogliere e schedare con la massima minuzia i personaggi occhialuti ganzi d'ogni tempo e luogo. Partorito dalla mente malata di un gruppo di squilibrati di cui ho l'onore di far parte, e tenuto dagli stessi. Condividi il fetish? Lo leggo nei tuoi occhi, è così! Allora che aspetti? Segui il riflesso del sole sulle lenti! Join da club!



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When a man loves a maniac

Date: sabato, 04 ottobre 2008
Time: 19:31
In: scritti, sciocchezze, amoroso delirio

Amoroso delirio parte... sesta, ad occhio. Parodia Death Note Mello/Mikami eccetera.



I hope you don't mind

I hope you don't mind

That I put down in words

How wonderful life is while you're in the world


(Elton John)



"Lo senti, caro? Senti come scalcia?"

Teneramente, pongo una mano sul ventre tondo di Mikami. Un dolce sorriso s'allarga dolcemente sul mio paterno volto di padre. E' proprio vero: il frutto del nostro amore sta muovendosi. Tuttavia, qualcosa in questo movimento non mi convince.

"Tesoro, sì, lo sento, ma... ho l'impressione che stia facendo kick boxing".

"Non essere ridicolo! Vuole solo dirti 'ciao', il nostro batuffolotto".

"Ahia," mugolo, ritraendo la mano. "Ma ha già i tirapugni, lì dentro?"

"E' combattivo," mormora Mikami con la sua limpida voce da futura mamma, ravviandosi i capelli e lo sciarpone rosa coi pon-pon fatto a mano che gli pende sulle virili spalle e sullo smoking inamidato, anch'esso rosa. "Come suo padre..." mormora. Un'improvvisa tristezza gli vela il volto.

"Che c'è, amore mio?" domando, strattonandogli la cravatta (anch'essa rosa) senza un vero motivo, giusto per tenermi in esercizio.

Dopo un paio di "blub, glomp, gulp" la luce della mia vita - nonché fuoco dei miei lombi - biascica una risposta: "ecco, Mello... non sono sicuro di chi sia il padre".

"COSA?" esclamo, sorpreso come una persona sorpresa. "E me lo dici ADESSO?"

"Non è colpa mia... quella sera ero ubriaco, vedi... e Raito..."

"Ancora Raito, sempre Raito! Non parli d'altro! Si direbbe che lo veneri come un dio!"

"In un certo senso è così, tesoro... ma..."

"Che 'MA'? Stai per dare alla luce un figlio non mio che dovrò mantenere col sudore della mia fronte, ossia estorcendo denaro alla mafia con mezzi illeciti! Un figlio che pensavo di crescere tra i malavitari, vestendolo mezzo come un cantante visual, mezzo come un metallaro con ascendenze goth! Che 'ma'? Sei uno sgualdrino, ecco cosa sei! Uno zoccolo!"

"Olandese?"

"Fors... senti, piantamola. Non ho intenzione di restare più a lungo assieme a un adultero, menzognero per giunta. Addio".

"Aspetta, caro, aspetta, io amo solo te, non andare..." ma i valorosi tentativi di Mikami non riescono a trattenermi dal correre al rallentatore via per il viale costellato da ciliegi in fiore che spargono petali a caso qui e là con gli occhi lacrimanti e il dolore impiantato nel cuore. Mi ha tradito. Ferito. Usato. Distrutto. Offeso. Addolorato. Scopato. Ok, l'ultima non c'entrava.

Pieno di risentimento, urlando "GRAUUURR" spalanco a mani nude la saracinesca del garage e snudo la mia motorazza, sulla quale balzo con un balzo alla volta di un posto più accogliente, e chissà quale. Mentre sgommo in tangenziale ho l'illuminazione: devo ritornare al luogo innocente e consolatorio della mia infanzia, all'istituto che mi ha visto crescere e rincoglionire, la Wammy's House.

Con un'accelerata decisa e al grido "CORNUTOOO!" del camionista che stava tallonandomi, devio verso una stradina laterale. I cipressi che incorniciano la via sembrano farmi "ciaooo, bentornato a casa". Ho il sospetto di essere stato inghiottito da "Flowers and Trees" della Disney.

Ed eccola: in lontananza si profila un edificio dall'aspetto inconfondibile. Tuttavia, devo riconoscere che qualche cambiamento c'è stato, dalla mia ultima visita. Adesso tutte le finestre sono illuminate di rosso e una grande insegna al neon orna il tetto dell'orfanotrofio.

Un uomo con indosso una tutina in latex fucsia con glitter dello stesso colore e un boa di piume di struzzo viene ad accogliermi ancheggiando. A una più breve distanza mi rendo conto che ha disegnate spesse righe di eyeliner e sulle labbra ha un velo di lucidalabbra al lampone peruviano.

"Roger...?" domando, piuttosto perplesso.

"Caro, oh caro! Quanto tempo, sembri triste, perché non entri?" mi domanda, in falsetto.

"Grazie, Roger, grazie!" esclamo, accodandomi al buon uomo in uno storico ritorno al collegio della mia infanzia. Roger mi fa accomodare nel suo ufficio, tappezzato di poster hentai, foto di gusto assai discutibile e gadget di Hello Kitty.

"Quello sono io...?" domando, a disagio, scrutando inquieto un enorme arazzo che sembra raffigurare me, quella foca di Near ed L completamente nudi ed intenti a divertirci col solo ausilio di una papera di gomma dentata.

"Non ci pensare, caro," ribatte Roger ridacchiando, con un gesto della mano. "Sono così contento di vederti! Cosa ti affligge?"

"Ecco... ho un figlio... ma non so se è mio". Sospiro.

"Oh, ma suvvia, che sciocchezza! Personaggi in vista come te seminano prole ovunque, al di fuori del canon... dovresti saperlo". Roger sbatte un paio di volte le ciglia finte. A ben vedere, somiglia a Moira Orfei in maniera preoccupante.

"Sono così confuso," ammetto, abbassando il capo. "E Watari? Lui, come sta?"

"Oh, è a un rave con le nostre ragazze, sta ballando sul cubo".

"Cos...?"

"Ah, già... tu hai studiato qui prima. Ti presento i nostri nuovi acquisti, ti va? Sono l'unico rimedio sicuro contro la malinconia". Solleva la cornetta di un telefono fucsia, avvolto da una pelliccia di furetto fucsia. "Signorine, venite qua".

Prima che possa esprimere le mie perplessità, tre leggiadre fanciulle fanno il loro ingresso nell'ufficio di Watari. La prima è così bella che la bellezza stessa è nulla al confronto, così bella che principi e re s'inchinerebbero al suo passaggio, ma così bella che Narciso, se potesse rimirarla, farebbe harakiri per l'invidia. I suoi capelli sono belli, i suoi occhi sono belli, le sue labbra sono belle, e il mio vocabolario è limitato. La seconda indossa un kilt rattoppato, una tiscèrt di Emily the strange, polsini neri e la borsetta di Avril Lavigne, ed è dannatamente sexy. La terza ha tutte le curve in autostrada, la luna si specchia nei suoi occhi, il sole nei suoi capelli e le stelle sui suoi baffi.

"Queste, Mello, sono Valérie Morgana Francine Lawliet, Ermia Princisvalda Dorothea Keehl e Funivia Colette Marianne River".

"Funivia?"

"Sì, la sua autrice deve aver letto male dal dizionario dei nomi. Allora? Ti piacciono?"

"Roger, a me piacciono gli uomini".

"Ah. Aspetta, ti chiamo gli Stu..."

Ma prima che Roger possa fare anche un solo passo, sono già schizzato via, inciampato in una delle bambole di gomma che infestano l'atrio e fatto rombare il motore per poi sparire il più in fretta possibile. Dio se è cambiato, quell'orfanotrofio, dall'ultima volta che l'ho visto!


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About

I'm nobody! Who are you?
Are you nobody, too?
Then there's a pair of us — don't tell!
They'd banish us, you know.


How dreary to be somebody!
How public, like a frog
To tell your name the livelong day
To an admiring bog!


(E. Dickinson)

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La scrittura, d'originali e non, e il disegno con armamenti tradizionali. La lettura; alcune preferenze in merito: la letteratura fantastica ancor prima che fantasy, il giallo doyliano, il giallo storico, il romanzo di maniera, la letteratura epica e cavalleresca, la produzione classica, la poesia. Il cinema, che getta una sorta d'ombra titanica sulla mia immaginazione. L'animazione. L'ascolto sonnacchioso di qualche genere musicale di buone capacità ispirative. I videogame. I fumetti. La meditazione silenziosa indolente, piuttosto irritante per chi mi circonda. I viaggi, specie se per contrade lontane. I paesaggi inglesi.

Depreciating

I fandom che degenerano (cosa che sembra essere loro qualità congenita) e le opere originali che degenerano più dei fandom. L'ambiente del posto in cui vivo. Le fyccine.

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